domenica, 27 settembre 2020

Chocolat, la sua storia al cinema

Chocolat, la sua storia al cinema

Roma, 6 aprile (Fr. Palm.) – Il primo artista nero in Francia, ai tempi della Belle Époque parigina, fu Rafael Padilla, in arte Chocolat, clown molto amato e popolare che insieme alla sua spalla Footit raggiunse un incredibile successo, lottando contro la discriminazione razziale, anche se, come stella, non riuscì purtroppo a brillare a lungo.

La sua vita, tra fiction e realtà, è al centro di Mister Chocolat di Roschdy Zem, nelle sale italiane dal 7 aprile, distribuito da Videa, dopo l’anteprima romana al festival Rendez-vous – Appuntamento con il Nuovo Cinema Francese. Nel ruolo del protagonista c’è Omar Sy, mentre Footit è interpretato da James Thierrée.

Con un passato da schiavo, Chocolat, oltre al suo talento, deve tutto al clown bianco Tony Grice, che lo scoprì notando le sue potenzialità e lo volle con sè nei suoi numeri. I due formarono una coppia molto affiatata capace di far divertire il pubblico e insieme fecero la “scalata”, passando dalla polvere del circo di provincia al palcoscenico del teatro di Parigi, conquistando fama, soldi e soddisfazioni. Ma Chocolat, che aveva il vizio del gioco d’azzardo e non sapeva gestire al meglio il momento di gloria che stava vivendo, iniziò a desiderare altro: si volle staccare da Footit, ribellandosi alla condizione di nero sottomesso all’uomo bianco, cercando di proseguire da solo il percorso di artista. L’ambizione lo portò a voler mettere in scena l’Otello, fallendo. E tra debiti e il duro scontro con la società che non accettò il suo affrancamento, cominciò il declino, fino alla miseria e alla morte.

Il regista racconta come ha lavorato alla sua storia, prendendosi varie licenze narrative: “Uno storico francese ha raccolto del materiale su di lui, di cui i produttori del film si sono impadroniti – dice – In mano avevamo solo pochi articoli, quindi abbiamo trasformato la sua vita in una fiction e io ho riportato il mio punto di vista con libertà, senza voler fare un documentario. É vero, ad esempio, che è stato uno schiavo, che è stato venduto, che ha conosciuto il successo, che ha avuto una relazione con una donna bianca e che dopo è sceso agli inferi, ma ci siamo inventati l’incontro al circo con Footit e la sua prigionia, che serviva come snodo per il cambiamento del personaggio. Non è vero che fece l’Otello ma recitò davvero a teatro, come sono reali i problemi di memoria che aveva, che lo portarono al fallimento. Ho cercato di raccontare senza vittimismo né pathos un uomo tra grandezza e decadenza, mostrando anche i difetti”.

Un uomo che ha tentato un’altra strada, ma non è riuscito nel suo intento: secondo Zem, “La sua carriera teatrale fallì perchè il pubblico non era pronto a vedere un clown in un’opera classica. Senza nascondersi più dietro una maschera, la Francia di allora non lo accettò. Chocolat fu un uomo solo, allora era l’unico nero a Parigi, non esisteva una comunità. Si è sempre accompagnato ad altre persone che possono anche averlo condizionato e in fondo non possedeva neanche un nome, è stato sepolto con quello d’arte, conosciuto da tutti solo perchè sapeva far ridere”.

Il film fa vedere la chiusura del mondo esterno nei suoi confronti in quanto “diverso”, un tema molto attuale anche nel presente: “La pellicola è un’allegoria del rapporto con lo straniero – afferma il regista – Anche oggi ci viene chiesto di adattarci e assomigliarci, senza essere accettati per ciò che si è. La diversità esiste a tutti i livelli, persino nel cinema che non dà tanto spazio alle attrici donne. Ma non c’è bisogno di una legge, basterebbe solo avere del buon senso”.

 

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