sabato, 28 novembre 2020

Carrisi dal romanzo al cinema

Carrisi dal romanzo al cinema

Roma, 24 ottobre (Fr. Palm.) – La ragazza nella nebbia, Donato Carrisi, non l’ha lasciata mai sola nè l’ha affidata in mani altrui: dopo aver realizzato il romanzo, diventato un best seller internazionale, lo scrittore e criminologo ha anche portato il thriller al cinema, firmando sia la regia, sia la sceneggiatura dell’omonimo film, in sala dal 26 ottobre con Medusa, subito dopo l’anteprima come preapertura della Festa di Roma.

È una sua creatura a tutti gli effetti, dunque, che adesso vive non solo nelle parole, ma anche nelle immagini. E il cerchio, in fondo, si chiude: perchè la storia era nata sulla carta di un copione, anni fa, prima ancora di trasformarsi nel libro. Il passo verso il grande schermo è stato fatto grazie a Maurizio Totti e Alessandro Usai, che l’hanno prodotta per Colorado. Nel cast, troviamo, tra gli altri, Toni Servillo, Alessio Boni, Jean Reno, Galatea Ranz, Lorenzo Richelmy e Michela Cescon.

La vicenda si svolge in un piccolo paese di montagna, la cui tranquillità e calma apparente viene un giorno stravolta, nel periodo natalizio, dalla scomparsa di una ragazzina di 16 anni: uscita di casa, non ha più fatto ritorno. Ad investigare sul caso, un noto poliziotto ben deciso a consegnare all’opinione pubblica un colpevole. In loco, arrivano anche la stampa, la televisione e i media, tutti a caccia di una verità. Non importa se davvero reale o presunta. Quando parecchi indizi portano ad un professore che avrebbe potuto rapire e uccidere l’adolescente, ecco che si scatena l’effetto da “sbatti il mostro in prima pagina”. Ma l’uomo è sul serio coinvolto? Che piega prenderà il caso? Il male viene da fuori o da dentro?

“Sono giunto a Roma nel ’99, iniziando a fare lo sceneggiatore sono stato subito sbattuto sul set, seduto accanto al regista – racconta Carrisi – Ho quindi frequentato parecchio l’ambiente cinematografico, anche se mi tengo ben stretto il termine ‘esordiente’. Le prime volte sono sempre indimenticabili, con questo film è come se avessi perso la verginità. E che sia accaduto con questa storia e questo cast, beh, meglio di così…”.

Il libro già si prestava per una trasposizione: “Alcuni lettori mi dicono che scrivo per immagini, che leggere i miei romanzi è come vedere un film e che alcuni sembrano persino in 3D – dice Carrisi – Sicuramente, però, ci sono differenze tra la pellicola e il romanzo, che non ha affatto le stesse atmosfere vintage che da regista ho creato. Ho pensato ai noir degli anni ’60 e ’70, quelli con Volontè, così come alla stagione dei grandi thriller degli anni ’90 come Il silenzio degli innocenti, Seven, I soliti sospetti e i lavori di Besson. Tutto riecheggia e ho sparato all’autore del romanzo, a me stesso, diventando un altro”.

Il progetto è senza dubbio molto personale, ma il lavoro è stato collettivo, precisa poi Carrisi: “Diciamo che questo non è film d’autore ma di autori, perchè ognuno ha portato il suo contributo, dagli attori allo scenografo, dal costumista al direttore della fotografia. Io ho solo dovuto ispirarli e ascoltare ciò che avevano da dare. Reno, ad esempio, ha proposto di recitare in italiano, ero scettico ma invece ha funzionato benissimo e il suo personaggio è cresciuto scena dopo scena. Lo stesso vale per Servillo, anche se avevo pensato al ruolo proprio avendo in mente lui. Nella scena iniziale del film, si vede un telefono e quello è il telefono di C’era una volta in America, avuto grazie ad un tecnico. È insomma stato facile e divertente fare film così”.

Oltre alla trama noir, l’accento è posto sul giornalismo di cronaca d’assalto e poco sincero, che punta al sensazionalismo e all’audience, insieme all’ego di chi lo rappresenta. Carrisi conosce da vicino la realtà: “Il crimine è un business, ma nessuno lo dice – sostiene – Per Il corriere della sera, fui mandato in piccolo paese di provincia su cui si accesero i riflettori e in cui arrivarono tanti giornalisti. La pizzeria, che era in crisi, è rinata grazie a questo, per non parlare dell’ondata dei turisti dell’orrore, che diedero celebrità al luogo. C’è una ricaduta economica generale? Certo che sì e riguarda pure i media. Certe cose costano meno di una fiction, ma rendono di più. C’è un circo mediatico che è anche un circolo vizioso, tra media, investigatori e pubblico famelico. Nessuno si può assolvere e nemmeno io, è un effetto della nostra epoca da analizzare. E nel film, non ci sono innocenti”.

Secondo Alessio Boni, il fascino di questa storia risiede anche in questo: “La sceneggiatura mi ha colpito perchè va a scandagliare psicologicamente il male che può essere il seme dentro di noi, che serpeggia in ogni persona ‘normale’. È come un fiume lento, che sta lì, buono, ma se si fa una crepa e l’acqua va giù, arriva fino ad ammazzare”.

 

 

 

 

 

 

 

Leggi anche