martedì, 21 settembre 2021

Cannes, Carpignano torna al microcosmo di Gioia Tauro in A Chiara

Cannes, Carpignano torna al microcosmo di Gioia Tauro in A Chiara

Roma, 9 luglio – “Gioia Tauro è un microcosmo che fa parte di un più ampio contesto sociale ed economico, il mondo globalizzato. Eppure, io sono convinto che per esprimere un concetto universale sia necessario entrare nel dettaglio, essere intimi e locali”. Lo dice Jonas Carpignano, parlando di “A Chiara”, presentato alla Quinzaine des realisateurs del Festival di Cannes. E’ il terzo capitolo di una trilogia iniziata con “Mediterranea” nel 2015 e proseguita con “A Ciambra” nel 2017. Il film, prodotto da Stayblack Con Rai Cinema, Haut Et Court, Arte France Cinéma e con il contributo del Ministero Della Cultura, con il sostegno di Eurimages, Cnc, ruota intorno alla riunione della famiglia Guerrasio per celebrare i 18 anni della figlia maggiore di Claudio e Carmela. È un’occasione felice e la famiglia è molto unita, nonostante una sana rivalità tra la festeggiata e sua sorella Chiara di 15 anni sulla pista da ballo. Il giorno seguente, quando il padre parte improvvisamente, Chiara inizia a indagare sui motivi che hanno spinto Claudio a
lasciare Gioia Tauro. Più si avvicinerà alla verità, più sarà costretta a riflettere su che tipo di futuro vuole per sé stessa”.

“Sono arrivato a Gioia Tauro nel 2010 – spiega Carpignano nel pressbook -. Due migranti africani erano appena stati aggrediti e quell’episodio ha segnato l’inizio di violenti scontri che ho filmato in “A Chjàna”, il cortometraggio che ho realizzato prima di “Mediterranea”. Nel frattempo, mi sono trasferito in quella città ed è lì che ho incontrato Pio e la comunità rom che ho raccontato, più tardi, in “A Ciambra”. All’inizio non avevo affatto in mente l’idea di fare una trilogia, volevo solo filmare gli scontri razziali, ma ben presto ho capito che volevo realizzare tre film su tre aspetti di questa città. Il primo era la comunità africana dei migranti, il secondo era la comunità rom un tempo nomade, ma divenuta completamente sedentaria e insediata in un quartiere particolare della città. Infine, la “malavita”, le persone coinvolte nell’economia sotterranea creata dalla mafia”. Tutto ciò “che riguarda la famiglia di Chiara è reale, rispecchia da vicino i loro rapporti, anche se le vicende che vivono nel film sono immaginarie. Per questo non è stato difficile farli recitare, perché sono scene che hanno già vissuto. Gli attori non hanno mai letto la sceneggiatura, ovviamente Claudio e Antonio avevano un’idea della struttura e del soggetto del film ma nessuno conosceva la storia in dettaglio”.

Carpignano crede che “Craccontare questa storia attraverso il punto di vista di una ragazza mi abbia permesso di sfuggire ai cliché abituali e di focalizzarmi invece su una famiglia. Non una famiglia mafiosa. “A Chiara” è un film sui rapporti tra padre-figlia, e su come le persone imparano a trovare la propria bussola morale e a tracciarsi un cammino per conquistare la propria libertà”

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