giovedì, 21 novembre 2019

Cannes 71: Leto, se il rock è un’estate (russa) di libertà

Cannes 71: Leto, se il rock è un’estate (russa) di libertà

Cannes,11 Maggio (ldc)- C’è stata una sedia vuota, simbolicamente, ieri in conferenza stampa a Cannes, ma non quella riservata all’iraniano Jafar Panahi- di cui non è ancora certa la presenza al Festival- né la sedia che porterà il nome di Terry Gilliam, fermato da un lieve ictus, per ora, ma non dalla magistratura che ha ‘liberato’ dai lacci di una vertenza giudiziaria con il produttore il suo Don Chisciotte visionario e già maledetto per le sventure che sta causando al regista. La sedia vuota era quella destinata al regista russo Kirill Serebrennikov che non è mai arrivato sulla Croisette e con la proiezione di ieri sembra già aver prenotato un posto nel palmarès finale del Festival appena cominciato.
La critica, soprattutto italiana, l’ha già definito il La la Land rock russo e i francesi lo osannano perché in uno splendido bianco e nero non è solo il film su un’estate (anche in senso metaforico, questa è la traduzione letterale del titolo) ma una storia che insieme alla nascita del rock nell’Urss della Perestroika è anche una celebrazione della forza creativa della giovinezza, in un autentico bagno di euforia collettiva che ci incoraggia a vivere. Nel film la storia di una leggenda del rock sovietico, Viktor Tsoï, ma anche una tempesta di stili, emozioni, musica che la vicenda personale di un regista scomodo, agli arresti domiciliari in patria, rende ancora più esplosiva. Serebrennikov è accusato di frode fiscale, per il finanziameto di un suo film mancato nonostante le pressioni del ministro degli esteri francese, Jean-Yves Le Drian (a cui Putin avrebbe risposto no) non ha potuto lasciare Mosca, come il produttore Ylia Stewart ha spiegato oggi affermando comunque lapidariamente che “la giustizia è indipendente”.
Nella Russia degli anni Ottanta, quando il rock era solo agli inizi ed era sinonimo di musica ‘pericolosa’, il rock era vissuto come una provocazione, una contaminazione dell’ Occidente capitalista. E in quella Russia, nel film, tra rock e poesia, è la musica che accompagna l’incontro e la conoscenza di Viktor e Mike , principio di una storia molto più grande di quella della conoscenza tra due musicisti, che gli attori hanno raccontato di aver vissuto con molta libertà.
Il tema, dalla Russia in questo caso, di un autore perseguitato dalla censura ci fa entrare nell’ambito dei diritti, quelli che per esempio riguardano la libertà di un artista. Viktor rappresenta il simbolo di un ricambio generazionale per la Russia in una storia biografica che inquadra anche la Leningrado degli anni ’80, invasa dall’energia dell’amore e dell’amicizia, dalla libertà che il film racconta, in un momento strepitoso che il Paese rimpiange. Ma la sua è anche la storia di un modo di creare l’arte, in uno spirito di scambio creativo che nasceva nelle comuni dove anche il rock’n’roll, diventava stile di vita in un ritratto d’epoca che trasforma il film anche in una specie di videoclip in bianco e nero. E il fatto che il regista russo del film, come l’iraniano Panahi, non sia a Cannes, perché ai domiciliari essendo l’ ex direttore artistico del teatro moscovita d’avanguardia Gogol Center ( ora accusato di frode allo Stato per 68 milioni di rubli, con il pretesto di finanziare un progetto teatrale senza scopo di lucro) dice tutto quello che il film non può raccontare, con il linguaggio della cronaca di oggi.

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