lunedì, 25 settembre 2017

Cafè Society, Woody è tornato

Cafè Society, Woody è tornato

Cannes, 11 maggio (l.d.c.) – “La vita è una grande commedia scritta da un sadico…”: non c’è dubbio, se c’è una frase che andrà ad aggiungersi aIle battute indimenticabli dei film di Woody Allen è questa. E Cafè Society, che torna all’umorismo autoironico delle sue migliori sceneggiature, ha fatto vibrare la platea fin dalla prima proiezione, a Cannes, nel giorno del debutto del Festival n. 69, manifesto giallo sole che richiama l’Italia di Villa Malaparte ma sigla in realtà un’edizione dove proprio l’Italia è grande assente.

Nessun problema, oggi l’attenzione è tutta per lui, Woody Allen, terza inaugrazione del Festival in quattordici anni e per la quattordicesima volta al festival, qualcosa che rene evergreen anche I suoi 80 anni compiuti a Dicembre. Come li vive? “I miei genitori sono arrivati tutti e due a cent’anni, quindi ho buone chance. Mangio sano e faccio ginnastica” dice ai giornalisti. “So che un giorno avrò un colpo e finirò sulla sedia a rotelle, e tutti diranno ‘quello lì? Era Woody Allen’, ma finché non succede continuerò a fare film”. E l’ultimo è qui, fresco come le sue commedie migliori, leggero e insieme caustico sulla vecchia Hollywood guardata con nostalgia nonostante molte battute che non risparmiano quello che a lui piace raccontare nei suoi film, a cominciare dal mondo jewish, un ambiente di cui conosce bene le regole ma anche il punto di vista e molte piccolo manie, ancora una volta rappresentate in maniera unica.

Siamo a Hollywood negli anni ruggenti dove comandano eleganza, nuovi ricchi, successo ma anche gangsterismo e violenza. E soldi facili soprattutto se molto, molto sporchi. Bobby (Jesse Eisenberg, che non ha per niente fascino e richiama il Woody Allen degli esordi) è un ragazzo ebreo che arriva a Los Angeles da New York  in cerca di fortuna ma soprattutto di un aiuto da parte del potentissimo zio (Steve Carell) che ha fatto gran fortuna come agente delle star. Lo zio per liberarsene lo affida a Vonnie (Kristen Stewart) senza sapere che tra i due nascerà più di una simpatia ma in un intreccio sentimentalmente imprevisto Bobby tornerà a New York, deluso da Hollywood e anche da Vonnie. Si rifarà sposando un’altra Veronica (Blake Lively). Ma la ‘sua’ Vonnie che non è stata solo sua non la dimenticherà perché, come dice Allen “l’amore non corrisposto fa più vittime della tubercolosi”.

Cafè Society trasforma la vita vacua e leggera di Hollywood, vista attravsreo la storia di Bobby che diventerà ricco e famoso a New York all’ombra del fratello gangster in una parabola sull’infelicità amorosa ma anche sul destino degli innamorati non corrisposti. “Io provo sempre ad essere romantic” spiega Allen e ammette: “Certo questa volta c’è di più, un fascino particolare, quello delle epoche passate, New York è una città romantica, la Hollywood degli anni ’30 lo è, le storie d’amore complicate lo sono terribilmente con quei protagonisti tra Clark Gable e Cary Grant… Amo il cinema di quegli anni, è quello che mi ha influenzato”.

Lo sa bene Vittorio Storaro, cinematographer di lusso di questo film (prodotto da Amazon e costato ben 30 milioni di dollari) che segna per al prima volta il passaggio di Allen dalla pellicola al digitale e richiama la fotografia ‘calda’ dei toni arancio e giallo che Storaro immaginò a lungo per Bernardo Bertolucci e non solo. Per Storaro con Woody è un debutto, anche se accanto a lui era quasi arrivato almeno altre due volte: “Sì, ci siamo sfiorati e finalmente siamo riusciti a lavorare insieme”, dice Storaro in cui il regista ha ritrovato una genialità italiana che aveva conosciuto nella sintonia con Carlo Di Palma.

Arrivano le ultime domande e Woody Allen risponde ancora con le sue battute: dispiaciuto di non essere in concorso? “Non credo nelle competizioni, per l’arte non hanno senso. Come si può dire che Matisse sia meglio di Picasso? E poi anche senza gara la Costa Azzurra piace a lui e a Soon Yi”. Anche se ci sono rischi e il festival quest’anno li fa sentire: “Rischi? Io ho paura persino di fare la spesa al supermercato e sono ipocondriaco, non sono il tipo giusto a cui fare questo genere di domande”.

 

 

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