sabato, 27 maggio 2017

Bruni e le generazioni a confronto

Bruni e le generazioni a confronto

Roma, 5 maggio (Fr. Palm.) – C’è voluto Francesco Bruni per far tornare davanti la macchina da presa, come attore protagonista, Giuliano Montaldo, 67 anni dopo la sua esperienza con Lizzani in Achtung! Banditi!: lo sceneggiatore toscano lo ha diretto in Tutto quello che vuoi, il suo nuovo film da regista, dedicato a suo padre, delicata commedia sull’incontro tra diverse generazioni e lo scambio umano tra un 85enne e 22enne, che ha il volto di Andrea Carpenzano.

Prodotto da IBC Movie con Rai Cinema, il film – in sala dall’11 maggio con 01 dopo l’anteprima al Bif&est di Bari – è interpretato, tra gli altri, anche da Donatella Finocchiaro, Antonio Gerardi, Emanuele Propizio e il figlio e la moglie di Bruni, Arturo Bruni (al suo debutto) e Raffaella Lebboroni.

Un pezzo di famiglia, dunque, per lui. Ma non solo in scena, dal momento che la storia, anche se liberamente ispirata al libro “Poco più di niente” di Cosimo Calamini, ha forti echi personali: il padre di Bruni, che ora non c’è più, aveva il morbo di Alzeheimer, proprio come il personaggio di Montaldo.

Giorgio è un poeta ormai dimenticato, ancora autonomo e brillante, anche se l’Alzeheimer lo confonde, non gli fa più riconoscere bene le persone e gli fa vivere spesso un cortocircuito temporale e mentale tra presente e passato. Alessandro è un ragazzo che si preoccupa poco del futuro, turbolento, senza più la madre e con un rapporto conflittuale con il padre, che passa le sue giornate con il suo gruppo di amici, senza far nulla di costruttivo. Quando gli viene proposto di rimediare qualche soldo accompagnando Giorgio nelle sue passeggiate quotidiane, nel quartiere che hanno in comune, accetta malvolentieri. Ma giorno dopo giorno, tra i due nascerà un sentimento di tenerezza e d’affetto. E complice una sorta di caccia al tesoro sul filo dei ricordi di Giorgio, legato alla guerra e a un misterioso bottino da ritrovare, insieme faranno anche un viaggio fisico ed emotivo, che porterà il ragazzo a una crescita e a un’apertura, un regalo prezioso che l’anziano poeta gli lascerà per il resto della vita.

“La malattia di mio padre, che nella sua fase iniziale era anche comica e affascinante, mi ha acceso la fantasia di raccontare questa storia – spiega Bruni – Mio padre stava in una dimensione tutta sua, aveva come la testa in un’altra epoca e diceva cose sincere e sconvolgenti, che generavano momenti toccanti, imbarazzanti ma anche buffi. L’aspetto più interessante era la regressione verso il passato, perchè nella sua mente prendevano corpo persone e vicende dimenticate, che neanch’io conoscevo”.

A questo particolare autobiografico, lo sceneggiatore e regista ne ha aggiunti altri: “Ho fatto confluire la malattia di mio padre, il libro di Calamini, che è stato un ex allievo del CSC, e il mio nuovo quartiere, Trastevere, dove ci sono tanti ragazzi che somigliano ad Alessandro ma anche volenterosi e impegnati, come quelli del Cinema America – afferma – Sapevo che parlare di certi temi sarebbe stato commovente, così all’aspetto malinconico ho unito una vena umoristica, per bilanciare. E ho circondato la coppia di protagonisti di altri attori bravissimi, formando una banda sgangherata, un Don Chisciotte con accanto tre Sancho Panza”. Tra questi, c’è anche suo figlio Arturo, che fa il rapper: “Due anni fa, quando lo coinvolsi, non era molto interessato a fare cinema. Ma volevo lui per il ruolo di Riccardo, un duro dal cuore d’oro”.

A diventare Giorgio, doveva essere per forza Montaldo, come l’attore racconta: “Conosco bene Francesco, siamo stati entrambi docenti al CSC e ho amato molto Scialla!. Rimasi interdetto quando venne a propormi di recitare, ma poi mi descrisse il personaggio che aveva pensato per me e lo vedi emozionato. Mi disse convinto che avrebbe girato il film soltanto se ci fossi stato io e ha voluto in scena, in un cameo, anche mia moglie Vera Pescarolo”.

Centrale il rapporto che si crea con il ragazzo: “L’incontro si trasforma in un percorso di conoscenza reciproca – sottolinea Montaldo – E’ una specie di romanzo di formazione sul filo del confronto generazionale”. E cosa possono insegnare gli anziani ai giovani? “Possono dare la cultura – risponde – Dobbiamo riprendere a stare e vivere insieme, a ridere e piangere insieme. Ritrovare la discussione e l’ideologia, risalendo al ‘come eravamo’ per capire chi siamo”. Bruni invece crede che “gli anziani possano dare la memoria, la parola simbolo del film. E fiducia, anche nel vedere il bello che aiuta le persone a diventare migliori”.

 

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