lunedì, 24 settembre 2018

Anton Giulio Majano in mostra a Parma

Anton Giulio Majano in mostra a Parma

Parma 10 marzo – (Romano Milani) Il nome del regista Anton Giulio Majano (scomparso nel 1994 a 85 anni) è legato indissolubilmente allo sceneggiato televisivo da lui inventato nel 1955 portando sul piccolo schermo il romanzo di Louisa May Alcott “Piccole donne”, uno dei più amati e più letti al mondo. E poi “Jane Eyre”, “L’isola del tesoro”, “David Copperfield”, “La freccia nera”, “E le stelle stanno a guardare” tra i tantissimi. Moltissimi di scrittori inglesi al punto che un dirigente della BBC – che evidentemente non apprezzava il “trattamento” loro riservato – un giorno gli chiese: «Quale nuovo crimine contro la letteratura britannica sta preparando, signor Majano?» O non fu, invece, una rivalsa contro “Vento d’Africa” (1949) il film con cui Majano debuttò nella regia e rievoca – lui che era stato ufficiale di cavalleria in Libia – l’eccidio di Mogadiscio dell’11 gennaio 1948 quando 54 italiani furono torturati e massacrati dai somali senza che i militari inglesi intervenissero?

Comunque, il successone dell’inedito genere basato sulla trasformazione di un romanzo in un teleromanzo a puntate, ha finito per mettere ingiustamente all’angolo il cineasta che proprio con il grande schermo aveva fatto le prove per l’esordio in tv: in piena guerra mondiale e in pieno fascismo, nel 1942, con solo un soggetto cinematografico alle spalle, aveva “sceneggiato”, scritto la sceneggiatura in questo caso, per un film tratto da un polpettone antibolscevico, “Noi vivi” di Ayn Rand, nata in Unione sovietica e rifugiatasi negli Stati Uniti dopo la Rivoluzione d’ottobre. A suggerirlo era stato Goffredo Alessandrini – esponente della cinematografia di regime, precursore del genere “telefoni bianchi”, marito di Anna Magnani – che firmò la regia. Fu presentato alla Mostra di Venezia del 1942 ma durava 4 ore e per proiettarlo nelle sale lo divisero in due, con titoli diversi, come fossero l’uno il seguito dell’altro, ma in realtà erano un’opera sola: “Noi vivi” e “Addio Kira”. Nonostante fossero promossi dal Comitato ministeriale per il cinema di guerra e politico che certificava, si potrebbe dire, la loro natura propagandistica, incassarono 20 milioni di lire in tutta Italia e a Firenze – per esempio – furono programmati per quasi 2 mesi ciascuno. Un record assoluto. Il costo dei biglietti variava da 1 lira per le quarte visioni a 14 per le prime e (tanto per farsi un’idea) “Se potessi avere mille lire al mese” era la canzonetta che faceva sognare gli italiani.

Dopo aver “scritto” una dozzina di film, Majano passa dietro la cinepresa con il già citato “Vento d’Africa” e ne firma altri 10 tra i cui protagonisti figurano Sofia Loren, Marcello Mastroianni e Virna Lisi non ancora famosi e tutte le star dell’epoca. La separazione definitiva dalla cinepresa è del 1961 quando i teleschermi avevano già monopolizzato decine di milioni di spettatori con i suoi primi 8 sceneggiati. Ne seguiranno altri 24.
A risarcire Anton Giulio Majano restituendo la memoria cinematografica. è ora Mercanteinfiera, a Parma, che ha allestito una mostra in cui, sotto il titolo “E i teleromanzi stanno a guardare”, espone un centinaio di manifesti dei suoi film provenienti dalla collezione di Mario Gerosa che a Majano ha dedicato recentemente anche un libro dagli echi garibaldini: “Il regista dei due mondi”.

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