giovedì, 18 luglio 2019

Amenabar nei labirinti della mente

Amenabar nei labirinti della mente

Roma, 19 novembre (Francesca Palmieri) – Chi ama  il “cinema di suspance” di Alejandro Amenabar che si muove tra horror, noir e mistero, come rappresentano il suo esordio Tesis, Apri gli occhi e The others, accoglie con curiosità e attesa Regression, “una riflessione sul male e un’esplorazione delle scorciatoie della mente”, come sottolinea il regista, che ha diretto Ethan Hawke ed Emma Watson. Il film, in sala dal 3 dicembre con Adler Entertainment e Leone Film Group, è ispirato a fatti realmente accaduti, legati a riti satanici e sacrifici di innocenti che hanno seminato panico collettivo e paura negli Stati Uniti, durante gli anni ’80.

In Minnesota, il detective Kenner lavora al caso di una giovane ragazza che accusa il padre di violenza sessuale. Il padre non ricorda nulla ma dice di essere colpevole e per appurare cosa sia successo veramente viene sottoposto all’ipnosi regressiva, che fa riaffiorare i ricordi rimossi. La memoria, stimolata, fa emergere il coinvolgimento di tante altre persone e come un puzzle, tra i labirinti della psiche, pezzo per pezzo si arriverà alla verità…

Amenabar lo precisa subito: “Sono da sempre attirato dagli horror, ma questo film non lo è. E’ un thriller psicologico che mischia i generi, che indaga i nostri demoni interni e i labirinti della mente. Volevo fare una pellicola sul Diavolo ancora prima di Agora, ma non avevo trovato la chiave giusta all’argomento. Quando poi sono venuto a sapere di alcuni abusi fatti all’interno dei rituali satanici, ho capito che questo sarebbe stato l’approccio con cui avvicinarmi al tema”.

Il regista cita poi il collega Del Toro per spiegare meglio le sue intenzioni: “Guillermo ha detto che ci sono due tipi di film sul Diavolo, uno sul Diavolo che viene dall’esterno e uno su quello che è dentro di noi. Ecco, Regression è su questa seconda linea, sono convinto che esistano persone buone e cattive ovunque e oggi, con quello sta succedendo nel mondo, è evidente più che mai. Il film è una storia di errori, tutti ne commettiamo, fanno parte della vita e ci insegnano, dopo la presa di coscienza che segue il momento di sorpresa e smarrimento”. Secondo Amenabar, “Per smantellare la paura bisogna lavorare sulla parte razionale ma anche su quella irrazionale, lasciando spazio alla fantasia. I miei film parlano di crederci o non crederci, non mi colpisce la capacità di ingannare ma la nostra volontà di credere”.

A chi chiede quali sono stati i suoi riferimenti cinematografici, notando uno stile “old” che guarda al cinema del passato, Amenabar risponde: “Ho pensato alle opere degli anni ’70, come Il maratoneta e Tutti gli uomini del presidente, ho voluto ricreare quell’atmosfera, anche se ho aggiunto la musica come elemento di modernità. Poi sicuramente ho guardato anche a L’esorcista, che rappresentava il Diavolo come qualcosa di reale”.

Sul tema del film, ossia quanto la nostra mente possa influenzarci, invece, dice: “Nel tempo ho imparato quanto siano fragili i ricordi. Quando si torna indietro, si ha la tendenza di dare per scontato che ciò che ricordiamo è successo davvero, ma se confrontiamo i ricordi di chi ha vissuto la stessa esperienza scopriamo che gli eventi appaiono diversi, in base a come sono stati elaborati. Pensiamo che il cervello sia come un computer, ma è come se ci fossero tanti piccoli esserini che spostano i ricordi e li aggiustano secondo i nostri desideri e le nostre paure”.

E come ha trattato il satanismo? “Mi piace giocare coi clichè e con i luoghi comuni – risponde il regista – Sul Diavolo e il satanismo abbiamo delle immagini incise nella memoria che si alimentano a vicenda, la nostra immaginazione trae spunto da quello che vediamo nei film o che leggiamo. Quello che accadde in America in quel periodo fu una caccia alle streghe elaborata e complessa, che coinvolse anche i media”.

A proposito di isteria e paura collettiva, il pensiero va inevitabilmente all’attualità e agli attentati di Parigi: “Sono stato lì a promuovere il film, recentemente – dichiara infine Amenabar –  Ho detto che la cosa che mi fa più paura è la volontà di essere crudeli e di provocare tanto dolore. Adesso il pericolo che la paura contagi tutti è reale, ma il film non a casa finisce con un’inquadratura aperta sul mare, un segno di speranza”.

 

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