martedì, 21 novembre 2017

Amelio e il valore della tenerezza

Amelio e il valore della tenerezza

Roma, 20 aprile (Fr. Palm.) – “È una storia di sentimenti inquieti, tra padri e figli, tra fratelli e sorelle, tra persone in apparenza serene”: Gianni Amelio descrive così La tenerezza, con cui torna al cinema di finzione dopo il documentario Felice chi è diverso. E lo fa toccando tante tematiche: la crisi della paternità, i problemi sociali della nostra società, la paura e la diffidenza verso lo straniero, il malessere interiore celato, che può portare alla violenza cieca ed improvvisa, argomento di cronaca quanto mai attuale.

Il film, che il 22 aprile apre il Bif&st e poi arriva in sala dal 24 con 01, è interpretato da Renato Carpentieri, Elio Germano, Micaela Ramazzotti e Giovanna Mezzogiorno ed è liberamente ispirato al libro “La tentazione di essere felici” di Lorenzo Marone.

La vicenda si svolge a Napoli, città d’origine di Lorenzo, un anziano avvocato con qualche macchia, che non sempre ha rispettato la legge, che con il tempo si è chiuso in se stesso e tiene a distanza emotiva i due figli. Vedovo, tradiva la moglie e non l’amava, anche se non l’ha mai lasciata. Dopo un infarto, torna nella sua grande casa, vuota e trasandata, scoprendo di avere dei vicini, una famiglia composta da moglie, marito e due bambini. Lei dimentica spesso le chiavi, è sbadata ma sorridente, socievole; lui fa l’ingegnere navale, fatica ad ambientarsi ma è affettuoso e premuroso nel prendersi cura dei suoi cari. Lorenzo inizia a frequentarli, parla soprattutto con lei e preferisce la sua compagnia a quella dei figli, con cui continua ad avere un rapporto distaccato. L’unico con cui si apre e passa volentieri del tempo è il suo nipotino. I giorni passano così, mentre la conoscenza con la famiglia si intensifica. Ma una sera, tornando, l’uomo vede sotto il palazzo polizia ed ambulanze… e quello che è successo sconvolgerà le esistenze di tutti.

“Non ci sono buoni o cattivi in questa storia, solo essere umani che non ce la fanno a crescere sui propri errori – dice Amelio – L’amore si accompagna alla paura, paura non solo di non essere amati ma anche di non saper amare nel modo giusto. Ci si può perdere per troppo amore come per aridità, ma nessuno trova un punto di equilibrio”.

Uno dei sentimenti da ritrovare e rivalutare, è la tenerezza: “Nel film, è quella che di una figlia che con testardaggine cerca di recuperare un gesto da suo padre – spiega il regista – Della tenerezza ha parlato papa Francesco, dicendo che è una necessità e che ci dà libertà e forse è vero. Ne abbiamo bisogno per scacciare l’ansia, soprattutto oggi che siamo prigionieri di un mondo dove non ti aspetti quello che potrebbe succedere tra un secondo, un mondo fatto di trappole e inganni, che ha dietro qualcosa di torbido”. Per Amelio, “fare un gesto di tenerezza è qualcosa che contrasta con il nostro essere forti, tutti vogliamo essere forti, donne e uomini, ma un uomo che fa un gesto tenero si autoconsidera debole. Anche le donne hanno capito che va data quando è autentica, altrimenti è merce scaduta”.

Il protagonista del film solo alla fine sembra capace di farlo, quel gesto: “Davanti alla figlia, lo fa per primo lui, che è fragile, perchè ha accumulato sensi di colpa, ha lasciato la donna che amava per una che non amava e ha questo dolore che non può guarire – dice Amelio – Non vale chi ti prende la mano giusto per prendertela, ci vuole tutto un percorso per scardinare la chiusura”. E a proposito di mani che si prendono, aggiunge: “Ho un riferimento ben preciso che non dimentico, ossia Ladri di bicicletta, che ha uno dei finali più straordinario della storia del cinema, quando c’è l’impulso di un bambino nel prendere la mano di un padre bastonato”.

Amelio, che ha spostato la location del libro dal Vomero al cuore della città, sottolinea poi che “tutti i personaggi non hanno maschere e dicono le cose senza retorica”. Ma quanto c’è di autobiografico nella sceneggiatura, firmata con Alberto Taraglio? “L’autobiografia sta nelle cose non così autobiografiche – risponde – Quella vera è quella traslata, in cui si mettono in scena cose che non ci appartengono fino in fondo, ma fanno parte dei nostri timori, delle paure e delle fragilità. Parlo di questo, non delle mie certezze. E qui ho messo dentro la mia inquietudine e quello che penso sia il sentimento di un 70enne in rapporto ai figli, che ha una sorta di rifiuto verso l’età che avanza”.

Amelio torna a lavorare con Carpentieri dopo tanto tempo, dall’epoca di Porte aperte: “Sono 27 anni che volevo fare un altro film con lui”, dichiara, ricambiato nel pensiero dall’attore, che ha sentito la responsabilità del ruolo. “Era grande, perchè in un certo senso ho fatto il doppio di Gianni, c’era qualcosa di lui nel mio personaggio”.

“Siamo stati adottati da Gianni – interviene Micaela Ramazzotti – Ci ha liberato e fatto essere quello che desideravamo. Incontrare un regista come lui vale come tanti riconoscimenti”. Concorda Elio Germano: “Ti abita, è vero. Lavorare con lui è un’esperienza che auguro a tutti i miei colleghi, perché è un abbandono. Molti pensano che il nostro mestiere sia questione di volontà, ma è l’abbandono che fa la differenza, il non sapere che strada si prenderà”.

Giovanna Mezzogiorno dice invece la sua sulla tenerezza: “Ha un valore enorme, specialmente in un momento come questo in cui i sentimenti vengono ostacolati e i rapporti personali sono sempre più difficili e quasi mai distesi, carichi di insidie e fanno paure. L’umanità che vedo vive i rapporti personali con stress e fatica, come fosse un’aggressione. La tenerezza è come un antidoto a tutto ciò”.

Infine, a chi domanda se è dispiaciuto di non andare a Cannes, Amelio replica: “Vedete che clima rilassato c’è? Sono contento di non esserci, sono stato 7 volte a Venezia e 4 a Cannes, ma nei festival si hanno solo 20 minuti per parlare e vedo i critici correre, perchè si danno in pasto 4 film al giorno. Io ho fatto questo film con così tanta onestà, passione e semplicità che voglio solo che arrivi al pubblico”.

Leggi anche