venerdì, 18 gennaio 2019

Apertura western per la Festa

Apertura western per la Festa

Roma, 26 ottobre (Fr. Palm.) – Comincia dall’America e con un omaggio a un cinema di genere che ha reso grande anche l’Italia, il western, la Festa di Roma, edizione numero 12, aperta da Hostiles di Scott Cooper. Alla manifestazione diretta da Antonio Monda, ad accompagnare il film – che ha come protagonista Christian Bale – sono arrivati il regista, Rosamund Pike e Wes Studi.

L’eterna lotta tra coloni e indiani è al centro di quest’opera drammatica che affronta il tema in modo non convenzionale, raccontando una storia ambientata nel passato, nel 1892, ma con forti echi d’attualità: il rapporto con “l’altro da noi”, le ostilità e gli odi razziali, la violenza verso il diverso, la diffidenza e il pregiudizio.

Sullo schermo, Bale veste la divisa di un navigato capitano dell’esercito, che ha visto da vicino guerre e morti, macchiandosi anche lui le mani di sangue. Quando gli viene affidato il compito di scortare un vecchio capo Cheyenne e la sua famiglia, fino alla terra natia nel Montana, come prima reazione, rifiuta. Ma, non potendosi sottrarre, accetta di fare il viaggio, affiancato da altri soldati. Strada facendo, avviene un incontro imprevisto: con una donna rimasta sola, a cui sono stati uccisi marito e figli, che salverà e della quale si prenderà cura. Unitasi alla carovana, insieme proseguiranno il percorso, un percorso fisico ma anche d’anima, alla scoperta di una nuova consapevolezza: nonostante l’astio e le differenze, può esistere un punto di contatto anche con chi abbiamo sempre temuto, respinto e combattuto.

Cooper, che ammette di essere un fan di Sergio Leone, spiega la peculiarità del suo western: “I western non passano mai di moda, coi loro personaggi bianchi e neri, i loro codici di vita, la distinzione netta tra buoni e cattivi, la maestosità del paesaggio, il desiderio di qualcosa di migliore e il bisogno di avere un nemico – dice – Il mio film, però, può definirsi tale solo per l’epoca storica e per i luoghi, perchè supera il genere parlando di comprensione del dolore e del lutto e di risanamento dell’anima, elementi che nei vecchi western non si trovano”. Influenze? “Sicuramente c’è dentro qualcosa di John Ford, del fotografo Edward Sheriff Curtis e dello scrittore Cormac McCarthy, così come ci sono alcuni temi musicali caratteristici. Da regista, ho attinto a più esperienze”.

Molto forte la laison con la modernità e la realtà americana: “Il mio paese sta vivendo una spaccatura raziale e culturale profonda, che cresce ogni giorno di più – afferma Cooper – L’America non è mai stata così polarizzata, chi vive sulle coste ha un’interazione con gente di diversa provenienza, ma ciò non accade nel resto della nazione, come si nota in modo impressionante dopo le ultime elezioni. Il film mostra l’importanza della comprensione dell’altro, della riconciliazione e della capacità di risanare le ferite, mettendo a confronto due culture costrette a fare un viaggio duro che è un tragitto interiore. Grazie al lutto, alla perdita, alla tragedia e alla sofferenza, i personaggi si rendono conto di essere tutti umani e alla fine c’è la riparazione. Se, a partire da questa storia, ci fosse una riflessione su questi argomenti, sentirei di aver fatto qualcosa di utile”.

Secondo il regista, è anche questione di volontà personale e individuale: “Possiamo e dobbiamo impegnarci di più – sostiene – È scoraggiante vedere cosa succede, tra antisemitismo, odio per le minoranze e violenza. Le mie figlie sono cresciute sotto Obama, ci sono stati 8 anni di speranza e ora fatichiamo a capire, a mettere insieme quegli 8 anni e il presente”. Il punto, aggiunge, “è l’ascolto. Se ascoltassimo, imparemmo di più. Abbiamo bisogno di apertura e se si prosegue a camminare in questa direzione, le difficoltà saranno enormi. Era già accaduto negli anni ’40 e speriamo non si ripeta ancora. Sono un ottimista e credo nel meglio della natura umana, ma è indubbio che abbiamo preso un sentiero oscuro e pericoloso”.

E ancora, precisa: “La nostra lunga storia dice quanto abbiamo, da sempre, la necessità di trovare dei nemici. Alcuni presidenti sono come dei cow boys, dividono il mondo in buoni contro cattivi, mentre dovremmo provare a vivere in pace”. Il messaggio, appena tagliato il nastro della Festa, arriva chiaro.

 

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