giovedì, 1 ottobre 2020

Addio a Morandini

Addio a Morandini

Roma, 18 Ottobre (l.d.c.) – “Spero di morire ma non ho preso la decisione di farlo. Non farei nulla per accelerarne il corso. Mia figlia Lia mi dice: papà, molla tutto, vieni a vivere a Roma. Anche qui hai tanti amici, tanti ricordi. E io le dico: è troppo tardi. E penso davvero che sia cominciato il conto alla rovescia» Era il luglio del 2014 e in una bellisima coversazione con Antonio Gnoli su Repubblica così Morando Morandini parlava del suo rapporto con l’idea della fine. Non il finale di uno dei ‘millefilm’ che aveva recensito e raccontato ai suoi lettori per una vita, ma quella parola, il mistero di quell’istante che oggi ci costringe a dare la notizia della sua morte. Se n’è andato ieri sera, in ospedale, a Milano, dov’era nato nel ’24 e dove aveva sempre lavorato in una famiglia molto legata dagli affetti anche cinematografici evidentemente nati dal contagio con la sua passione, il rigore, con quel modo di raccontare quello che lo schermo mostra senza altre letture ormai nelle dita e nello sguardo di pochissimi, tra i critici militanti, ultimi sopravvissuti di una stagione irrupetibile.

Sì, non ce ne sono più molti di critici caopaci di spiegare Il film in un’autentica lezione culturale. Lui, il più schivo, simpaticamente orso, combattivo e tenace nell’impegno politico e civile come pochi altri, nel suo mondo, forse lo sapeva ma non avrebbe mai esibito, e non lo ha mai fatto, la capacità di saper arrivare con sincerità e molta schiettezza al cuore di centinaia, migliaia di appassionati.

A Gnoli aveva anche detto, come Repubblica.it ricorda oggi: «Me ne voglio andare. Non è un proclama. Le dico solo la verità. Solo quello che sento»…Forse lo sentiva forte da quando Laura, compagna di una vita, se n’era andata: con lei aveva iniziato l’avventura del Morandini in libreria, poi proseguita insieme alla figlia  Lia: 17 edizioni, fortunatissime, in un derby editoriale con il Mereghetti, in cui Morandini aveva avuto anche la lucidità e il coraggio di rivedere alcuni dei suoi giudizi alla luce di un’esperienza e di un contesto profondamente cambiati negli anni.

Chapeau. Come si direbbe anche per la sua lunga storia di coerenza professionale e il suo impegno, prima nelle riviste specializzate poi, negli anni ’50 a La Notte, quindi al Giorno in una stagione finite al tramonto degli anni Novanta. La cronaca ci ricorda oggi che si considerava nato al cinema con i film francesi degli ultimi anni ’30. I suoi idoli erano Jean Gabin, Arletty, Michèle Morgan. E Gary Cooper tra gli attori americani. Tra le attrici Bette Davis, Katharine Hepburn, Carole Lombard. E Dorothy Lamour di diveva di essersi inamorato vedendola  grazie a John Ford in Uragano (1937).

Quando il Sngci lo premiò col Bianchi a Venezia nel 2005, in un’irripetibile foto di gruppo con Tornabuoni, Cosulich, Rondi, Aspesi,Kezich disse che il suo amore per il cinema era cominciato leggendo Filippo Sacchi sul Corriere della Sera. A conti fatti il piccolo Morando aveva più o meno una decina d’anni (dodici forse) e i film erano già una passione che non lo avrebbe abbandonato. Pochi anni fa Fabiana Sargentini gli ha dedicato un docufilm, con Giulio Brogi nel suo ruolo. Un piccolo gioco che lo aveva divertito e che aveva accettato con entusiasmo…

Ci mancherà, la sua capacità di raccontare il cinema in poche parole, sempre acute, schiette senza mai dare l’impressione che la critica sia ormai una professione solo per cattedratici e saggisti universitari. Soprattutto mancherà alle sue lettrici quell’attenzione per il cinema delle donne che gli sopravvive non solo nel ricordo ma nel Morandini delle donne, piccolo storia,ovviamente enciclopedica, del cinema dedicato alle autrici e alla differenza del loro sguardo.

Una lezione di stile, non solo di scrittura, per chi continuerà a leggere il cinema del suo secolo nelle parole che Morando Morandini ci lascia.

 

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