domenica, 11 dicembre 2016

Robinù in sala il 6 e 7 dicembre

Robinù in sala il 6 e 7 dicembre

Roma, 1 novembre – Robinù, il documentario di Michele Santoro che ha debuttato alla Mostra del Cinema di Venezia,
il 6 e il 7 dicembre sarà in sala come evento speciale distribuito da Videa.

Basato sui veri volti dei baby-boss della camorra, dei loro familiari devastati dal dolore, il loro racconto diretto e senza alcuna mediazione, il documentario porta per la prima volta sullo schermo la storia di un intero giovane popolo ridotto a carne da macello. Sotto gli occhi indifferenti delle istituzioni, quei ragazzi hanno evaso qualunque obbligo scolastico, non parlano italiano, hanno i denti già devastati dalla droga, ed esprimono chiaramente sentimenti e passioni di una forza sconosciuta a quella parte di Paese definita “normale”.

Il 15 giugno 2016 il Tribunale di Napoli ha condannato oltre 40 imputati – per la maggior parte ragazzi – riconoscendo per la prima volta l’esistenza di un cartello criminale formato dai giovanissimi Sibillo e dagli eredi del vecchio boss Giuliano.

C’era una volta Loigino Giuliano, “re” incontrastato del quartiere Forcella dalla metà degli anni ’70. Con lui regnava l’ordine camorristico e, grazie alla droga e al contrabbando, il clan Giuliano incassava miliardi su miliardi ogni anno. I fratelli Giuliano erano così ricchi da aver fatto installare nella loro “residenza reale”, incastonata tra i palazzi lesionati dal sisma, una vasca da bagno a forma di conchiglia, la stessa in cui Diego Armando Maradona andava a divertirsi, tuffandosi tra donne nude e cocaina.
Oggi i nipoti di quei Giuliano sono dei giovanissimi Robin Hood, che rifiutano l’autorità di quei capi che prima si arricchiscono e poi si pentono.
Quei vicoli in rovina, apparentemente inconsistenti e marginali, continuano ad essere centro di controllo decisivo per il rifornimento di cocaina di una metropoli così estesa, la stessa metropoli che ospita la popolazione più giovane d’Europa che tuttavia è del tutto sottomessa a quei ribelli che a soli 16 anni non conoscono più regole né limiti e sono pronti ad usare senza nessuna remora il kalashnikov.

Un anno fa, in via Oronzio Costa, a pochi metri dalla Cattedrale, dalla strada dei presepi, dal Cristo velato e da vicoli meravigliosi, è morto colpito al torace da un proiettile il 19enne Emanuele Sibillo, nuovo “re” del centro storico che, da latitante, sparava da giorni contro il portone dei Buonerba, colpevoli di essersi troppo allargati nel quartiere. Come in tante altre zone, i Sibillo erano soliti chiedere l’estorsione al parcheggio di Porta Capuana, dove da vent’anni lavorava abusivamente Ciro. Salvatore, uno dei quattro figli di Ciro e amico stretto dei Buonerba, decide di fargliela pagare: «Hanno mangiato loro, ora dobbiamo tornare a mangiare noi. I soldi a mio padre non si devono permettere di chiederli».
È in momenti come questo che vengono decise a tavolino quelle spedizioni punitive, quelle stese con i motorini e persino quegli omicidi che fanno scoppiare la faida della paranza dei bambini che insanguina il centro storico e riempie di ragazzini le carceri di Napoli.
È questa la storia di Salvatore che a 24 anni già rischia l’ergastolo e adesso è a Poggioreale, rinchiuso nel padiglione di massima sicurezza. Ed è anche la storia di Michele, suo fratello, detto Michelino, un babyboss che sta scontando una condanna a 16 anni per tentato omicidio e rapina a mano armata che non ha mai voluto sottostare alle regole di nessun clan…

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