domenica, 27 settembre 2020

Fotografia e cinema sull’Appennino

Fotografia e cinema sull’Appennino

Castelluccio di Porretta (Ro. Mi) – Le iniziative per la ricostruzione e la conservazione della “memoria” intesa come patrimonio materiale della collettività, animano molte istituzioni che vi investono energie, economiche ed umane, anche considerevoli. Più modestamente, ma non meno efficacemente, Cristina Lanzoni, una “volenterosa volontaria” di Castelluccio di Porretta Terme (800 metri di altezza e una manciata di chilometri dal centro termale), investendo di energie soprattutto le proprie, ha recuperato e riordinato la “memoria” dei suoi luoghi dal 1890 al 1950, riassumendola – si fa per dire – in circa 500 immagini sotto il titolo “E questi erano i nostri nonni”. Un arco di tempo scelto volontariamente perché coincide con i primi successi dell’immagine fissa (il cinema sarebbe arrivato 5 anni dopo, nel 1895) e si conclude con la diffusione delle reflex, quelle piccole macchine fotografiche che sarebbero finite, è il caso di dirlo, nelle mani di tutti.

Tenace e paziente, Cristina ha bussato per una decina d’anni porta per porta alla caccia di quelle immagini che troneggiavano, incorniciate, in casalinghi posti d’onore o emergevano da tasche e portafogli che amorosamente le custodivano, ma poi finite, inesorabilmente,  in fondo a qualche baule o  qualche cassetto e lì dimenticate. Cartoncini di quel caldo e tipico color seppia ora nobilitati in pezzi d’antiquariato o liquidati come vintages,  sui quali, faceva bella mostra il pomposo marchio dello studio fotografico unico detentore, insieme a qualche spericolato ambulante, di quei monumentali apparecchi davanti ai quali ci si metteva in posa con il vestito della festa. “Agli inizi – ricorda Cristina – i miei compaesani erano un po’ recalcitranti, ma poi si sono talmente appassionati anche loro che ho dovuto quasi essere io a mettermi in difesa e quando ho deciso di chiudere la ricerca mi sono resa conto di aver messo insieme più di un migliaio di foto!” A quel punto è cominciato il lavoro più complesso: la selezione e la riorganizzazione in famiglie, parentele, legami affettivi, amicizie, mestieri non solo di Castelluccio ma anche dei borghi circostanti –  Pennola, Ca’ di Rosi, Campoferraio – e i cui nuclei più numerosi portano i nomi di Pranzini, Migliorini, Fabbri, Tamarri, Nanni. Risultato un colpo d’occhio iconografico – circa 500 immagini, non dimentichiamolo – che si affianca, nel Museo Laborantes di Castelluccio (il più grande complesso etnografico della montagna bolognese) ai tantissimi “pezzi” d’epoca che ricostruiscono la vita lavorativa e familiare  dalla fine dell’800 alla metà del 900, lassù sull’Appennino tosco-emiliano, la cui quiete venne scossa nel 1982  dalla troupe di Pupi Avati, che nel castello Manservisi ha girato “Una gita scolastica”. Un maniero dove il cinema è tornato da alcuni anni con una piccola rassegna che ha avuto stavolta protagonista il regista Franco Piavoli che ha presentato personalmente tutta le sue opere, documentari e film, a cominciare dall’indimenticabile “Il pianeta azzurro”. In coincidenza, nei locali adiacenti al castello  amichevolmente messi a disposizione dalla Pro Loco, è stata esposta la mostra  fotografica “E questi erano i nostri nonni” allestita anche grazie allo sprone di Laura Tamarri, all’aiuto pratico di Stefano Semenzato,  alla visione artistica di Lucrezia Buganè.

Un appassionante labirinto di volti, abbigliamenti, modi di vivere e di lavorare, atteggiamenti, luoghi e per non farci perdere il filo, i realizzatori hanno pensato bene di raggruppare le varie comunità legandole – letteralmente parlando – con dei canapini colorati l’uno diverso dall’altro. E come in tutte le rappresentazioni che si rispettano non manca il colpo di scena finale:  un gruppetto di volti è rimasto, nonostante tutto, sconosciuto, ma Cristina non ha voluto condannarli all’oblio. Sono lì in attesa che qualcuno dia loro un nome.

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