domenica, 23 aprile 2017

Settanni celebrato in una mostra

Settanni celebrato in una mostra

A sette anni dalla scomparsa avvenuta nel 2010, il tempo ci sta mostrando quanto quello di Pino Settanni sia un valore straordinariamente alto della fotografia italiana contemporanea. A oltre 50 anni dai suoi primi scatti, dopo le esposizioni e i premi internazionali collezionati in carriera, fino all’omaggio postumo all’Expo mondiale di Milano e alla nascita del Museo della Fotografia a lui dedicato a Matera nel 2015, lungi dal considerarsi una scoperta Settanni si va affermando come una ri-scoperta felicissima.

Ora un’importante mostra a Roma riporta l’attenzione e il punto su Settanni. Pino Settanni. Viaggi nel quotidiano – Dal cinema alla realtà 1966-2005, organizzata presso il Teatro dei Dioscuri al Quirinale dal 28 marzo al 28 maggio 2017 da Istituto Luce-Cinecittà, curata da Monique Settanni, Gabriele D’Autilia ed Enrico Menduni è un percorso espositivo ricco di oltre 80 scatti, dal bianco e nero degli anni ’60 ai colori digitali del Duemila, che indaga un lato meno celebrato ma cruciale del lavoro di Settanni: il reportage.

Settanni è popolare e amato dal pubblico e dall’attenzione critica soprattutto per la sua opera in studio: dagli splendidi ritratti dedicati al mondo del cinema e della cultura – un gioco ‘al nero’ e coloratissimo cui negli anni si sono prestati personaggi come Fellini, Mastroianni, Monicelli, Monica Vitti, Troisi, Robert Mitchum, Lina Wertmuller, Sergio Leone, Alberto Moravia, Enrico Baj e tanti altri – alle serie creative sui tarocchi e sui nudi; un lavoro d’interni che lo ha spesso fatto considerare un fotografo d’arte sul crinale della pittura.

La mostra di Roma rivela un Settanni del tutto differente, tale da fare il punto su un fotografo completo, organico e per certi versi inedito. Quelli di Viaggi nel quotidiano sono esterni sul mondo, foto di viaggio di un reporter libero ambientate in territori diversi, che per sintesi si possono definire ‘Sud del Mondo’. La mostra ne abbraccia tre: il Mezzogiorno d’Italia, i Balcani e l’Afghanistan.

Un piccolo-grande atlante visivo di luoghi spesso visitati dal fotogiornalismo e dai media, ma che qui vivono di un’originalità di sguardo e taglio eccezionale, che in un arco temporale di un cinquantennio, dal 1966 al 2005, le fanno attualissime. Tali da farci vedere dei set noti come se li visitassimo per la prima volta.

Foto di viaggio provenienti dal grande Fondo Fotografico Pino Settanni, che nel 2015 è stato da acquisito dall’Archivio storico dell’Istituto Luce, che va curando e digitalizzando integralmente questo tesoro di oltre 60.000 scatti.

 

LA MOSTRA

Seguendo l’ordine cronologico degli scatti, il percorso parte idealmente con la sezione ‘Sud 1966-1980’. Settanni è nato nel 1949 a Grottaglie, vicino Taranto, e nella città portuale, ancora ragazzo operaio all’Italsider iniziava i suoi scatti, tornando poi negli anni a visitare e indagare i tanti meridioni del paese, impressi in un bianco e nero espressivo, ’colorato’, su temi popolari e paesaggi poveri e familiari, ma mai folcloristici; in reportages mai di denuncia, piuttosto di fiera estetica, ovvero su un’umanità fiera. Nei primi piani dei ragazzini, nei poveri interni, nelle geometrie corali delle piazze, dei lavori umili, di una porta di calcio sul mare, c’è un senso della messa in scena che dice già del legame dell’autore col cinema. E prima di ogni antropologia o analisi sul suo favoloso bianco e nero, del legame con l’umanità del suo Sud. Nell’obiettivo di Settanni l’umanità del Mezzogiorno non è quella di oggetti sociali, ma la più onesta delle sociologie: quella di un fratello.

Uno sguardo che Settanni conserverà, ora a colori, quando su commissione dell’Esercito Italiano impegnato in missione di pace viaggerà ripetutamente nei Balcani, visitando Sarajevo, Mostar, il Kosovo, l’Albania.

E anche in questi luoghi – nella sezione ‘Balcani 1998-2003’  il reporter Settanni non fa denuncia, se non con l’attonita osservazione di un ponte distrutto, dei palazzi crivellati dai proiettili, dei paesaggi ammutoliti, simili a quelli del sud italiano dei ’60. Ma anche qui vige un senso paradossale, ma vivo, dell’estetica, della bellezza, che non si direbbe possa più esistere in quei luoghi di devastazione. A restituire dignità e umanità a paesaggi e persone. Nelle foto dalle zone di guerra Settanni incredibilmente prosegue il suo lavoro in studio: attraverso la posa, la composizione, il colore, restituisce umanità ai suoi soggetti. Fuori dal realismo e dall’inchiesta le sue foto cercano estetica e trovano la vita segreta dei soggetti: siano essi Fellini, una ragazza di Mostar, un’altalena vuota.

Un programma poetico che si corona nella sezione ‘Afghanistan 2002-2005’ dove l’obiettivo tocca, più che in altri ‘set’, le donne. Donne nascoste dai burqa, da lavori estenuanti, dall’indifferenza degli uomini. Un soggetto privo di sguardo, perché coperto, che Settanni ancora mette alla prova dei colori – vivacissimi – dei tessuti, delle geometrie (come nell’immagine su un ‘cimitero’ di carri armati). Come reporter di guerra Settanni mostra uno degli aspetti più provocatori e scabrosi che possano darsi: la vita che continua, la sopravvivenza delle forme nonostante la distruzione.

Come acutamente osservato dal sociologo Domenico De Masi in una nota al catalogo della mostra, ci troviamo di fronte a un ‘reportage sui perdenti’. Ma perdenti che sono l’attualità e contingenza del nostro mondo: quello del sud Italia di appena pochi anni fa, di una guerra a un braccio di mare da noi, di una polveriera ancora attiva poco più a oriente. Un mondo che non smette di essere urgente, e presente.

Da qui il titolo di questa mostra. Che rimanda a una quotidianità comune, solo poco distante, solo di qualche grado spostata, e che ogni giorno chiede di essere osservata e compresa, se si vuole comprendere anche il nostro quotidiano. Con l’occhio del grande fotografo (e la tensione drammaturgica di un filmmaker) e l’etica del reporter, Settanni ci dona quell’osservazione.

Le sue foto, di cinquanta o dieci anni fa, parlano all’oggi con intatta, visionaria bellezza.

 

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