martedì, 22 settembre 2020

Lorenzo Castore in mostra con ‘Ultimo domicilio’

Lorenzo Castore in mostra con ‘Ultimo domicilio’

Roma 22 febbraio (Romano Milani) – All’alba del 1940, in una enclave tartara tra la Polonia e la Lituania, nasceva, dal principe Kan Atta Baalbekkowwaicz e da Regina Paskaukaus, Bohdan Bielkiewicz. Dopo la guerra, il territorio viene annesso all’Unione Sovietica e lui e la sua famiglia, dopo anni di vagabondaggi, si stabiliscono a Danzica. Bodhan ha 15 anni, entra all’Accademia navale, si specializza nel montaggio dei kayak ma lascia il Baltico per trasferirsi 600 km più lontano, a Cracovia, dove, nonostante la Vistola, il fiume che la attraversa la città, rinuncia alla canoa e si laurea in filologia persiana. Capitatagli l’occasione di trasferirsi in Afghanistan, coglie anche l’occasione per specializzarsi in filologia afgana e teologia islamica. Potrà insegnare il Corano ma in “cattedra” non ci si sente proprio e così si dà alle ricerche etnografiche viaggiando, molto spesso a cavallo, per tutto l’Afghanistan fino al 1979, quando il Paese è occupato dall’Armata rossa. Ha quasi 40 anni, si è sposato e ha un figlio ma, insofferente al regime sovietico, va a rifugiarsi nel Ladak, tra il Karakorum e l’Himalaya, a oltre 3000 metri di altezza. Ma anche lassù dura poco: emigra in India dove si laurea in medicina ayurvedica (una pratica che allungherebbe la vita con l’applicazione rigorosa dei suoi principi e l’uso dei suoi medicamenti) e inaspettatamente torna a Cracovia, traduce storie afgane e tagiche, scrive libri sul Pamir (una regione montuosa dall’Asia centrale) e come se non bastasse, ormai sessantenne, si innamora… ricambiato! Dopo 11 anni, però, l’amore tramonta. Bodhan parte in bicicletta per il Pamir (i medici lo avevano dissuaso dal raggiungerlo in kayak come lui voleva) ma dietro l’orizzonte scivola anche la sua vita. Muore nel 2017.

Non è una favola, ma una storia vera e l’abbiamo raccontata perché consente di impadronirsi del significato di una gigantesca opera fotografica di Lorenzo Castore, che la si veda o no direttamente dove è esposta: la romana Galleria del Cembalo, nel cinquecentesco Palazzo Borghese. Si chiama stampa giclée (una combinazione di espressione fotografica e tecnica di lavorazione dell’immagine) in cui squarci di persone, oggetti, luoghi riassumono, evocano il personaggio Bodhan e l’amicizia che per molti anni Castore ha coltivato con lui.
Le suggestioni fotografiche di Castore (12 in tutto) ordinate con il titolo “Ultimo domicilio” e che raccontano altrettante case, coabitano – è proprio il caso di dirlo – con le realistiche illusioni ottiche che Evol ha lottizzato con l’insegna “Housing”: locuzione che significa (testualmente dal Garzanti) “ricevere, accogliere, offrire riparo, rifugio” . Avanzi di imballaggi su cui apre finestre, balconi e portici, installa antenne ed espone vasi di fiori, armadietti metallici degli spogliatoi e sgangherate cassettiere da ufficio trasformati in manufatti dell’ossessiva edilizia collettivista e residenziale tra i quali passeggiare come Gulliver a Lilliput.
Le abitazioni sono, dunque, il denominatore che accomuna il fotografo Lorenzo Castore e l’artista di strada berlinese Evol i quali “pubblicizzano”, ciascuno con la propria immaginazione, il luogo privato per eccellenza ma anche, inevitabilmente, di passaggio.

Castore ci conduce nella casa dei nonni a Firenze “evaporata da un giorno all’altro”, nella propria di Cracovia “un luogo neutrale”, nel palazzo dei de Raymondi a Finale Ligure immobile da quasi 2 secoli, tra i resti delle abitazioni di Serajevo rase al suolo dalla guerra e ancora a Casarola, un paesino perso nell’Appennino parmense, nella dimora dei Bertolucci arrivati dalla Maremma: il poeta Attilio che lo definì un luogo “staccato non solo dalla pianura ma dal mondo”e sua moglie Ninetta, i figli registi Giuseppe e Bernardo che ci sono cresciuti. In galleria è in proiezione continuata anche un documentario di 8 minuti girato, dentro e intorno alla casa, nel corso del tempo.

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