venerdì, 20 aprile 2018

La poltrona vuota di Karimi alla SIC

La poltrona vuota di Karimi alla SIC

Tra tante poltrone occupate da star internazionali e maestri del cinema, una poltrona vuota diventa una delle immagini simbolo della Mostra. È quella di Keywan Karimi, il giovane regista iraniano di origini curde selezionato con la sua opera prima, Drum, alla 31. Settimana Internazionale della Critica. Condannato a sei anni di carcere (poi “ridotti” a uno dopo il processo d’appello) e a 223 frustate, per aver offeso governo e religione, a causa del suo documentario Writing on the City (che “raccontava” i graffiti della città di Teheran dalla Rivoluzione islamica alla rielezione di Ahmadinejad), Karimi vive oggi in un “limbo”: non è stato ancora incarcerato, ma di fatto il suo status somiglia in tutto e per tutto a quello di un uomo agli arresti domiciliari, impossibilitato a lasciare il Paese. Un caso, il suo, che ha scatenato la sollevazione della comunità cinematografica internazionale.

Se Karimi non è a Venezia, a parlare per lui è il suo film, il primo lungometraggio di finzione dopo molti corti (tra cui The Adventure of a Married Couple, tratto da un racconto di Italo Calvino) e documentari: Drum è la storia di un avvocato di mezza età che vive e lavora da solo in un appartamento squallido. In un giorno di pioggia, un uomo gli affida un pacchetto: il giorno dopo, al suo ritorno a casa, l’avvocato trova l’appartamento saccheggiato e inizia a ricevere le minacce di qualcuno che vuole quel pacchetto. Né la sua ragazza né il suo migliore amico sono in grado di aiutarlo a risolvere il mistero, ma l’uomo resiste alle irruzioni, alle visite indesiderate, ai tentativi di corruzione. Quando la sua fidanzata viene pugnalato a morte, la sete di vendetta dell’avvocato diventa più forte di ogni altra cosa.

Insieme “realistico e allucinato, Drum – come sottolinea nel catalogo della SIC Alberto Anile, membro del comitato di selezione – non somiglia a nulla di già visto nel cinema iraniano”. Piuttosto “sembra un soggetto hitchcockiano sceneggiato da Ciprì e Maresco e girato da un Soderbergh iraniano in pieno trip wellesiano. Il MacGuffin è un pacchetto nascosto e continuamente ricercato che semina morte e disperazione. Ma senza toni da commedia, qui l’umorismo lascia il passo al sarcasmo e al grottesco”.

Così astratto nella fattura ma così realistico nelle sue location, è normale che Drum – continua Anile – “sia interpretato come un atto di accusa a un regime mostruoso. Ma il mirino del regista sembra puntare ancora più in alto. La critica è innanzitutto esistenziale, la riflessione sugli uomini restituisce un pessimismo profondo e universale”.

Drum segnala la nascita di un talento sorprendente e originale. Un autore dallo sguardo potente che reinventa tutte le convenzioni formali e politiche del cinema iraniano. Un’autentica rivelazione e sorpresa”, dichiara il Delegato Generale della Sic, Giona A. Nazzaro. “La speranza è che a Keywan Karimi venga restituita immediatamente la sua libertà di uomo, cittadino e di artista e che Drum venga amato e scoperto da tutti coloro che hanno a cuore le sorti della democrazia e del cinema”, conclude Nazzaro.

 

Leggi anche