mercoledì, 18 ottobre 2017

Pirateria, in fumo 686 milioni

Pirateria, in fumo 686 milioni

Roma, 5 giugno (Fr. Pierl) – Nel 2016 il 39% di adulti italiani ha commesso almeno un atto di pirateria fruendo illecitamente di film, serie e programmi televisivi per quasi 669 milioni di atti di pirateria compiuti (56% di film, 23% di serie e 21% di programmi televisivi), causando un danno all’industria audiovisiva pari a 686 milioni di euro. Sono fra i dati della nuova ricerca Federazione anti pirateria audiovisiva (Fapav)/Ipsos sul fenomeno, presentata oggi a Roma. Una fetta di connazionali che ha come caratteristiche principali l’essere uomini (55%), lavoratori (54%), spesso in posizioni autonome o direttive, con un titolo di studio (62% diplomati).

”Questa ricerca è un importante contributo per comprendere l’impatto negativo della pirateria audiovisiva – ha detto il presidente del Senato Pietro Grasso in un video messaggio all’inizio dell’incontro -. La repressione da sola non risolve il fenomeno, occorrono formazione e prevenzione, per far capire quanto sia un comportamento deleterio”. Lo studio è stato condotto a dicembre 2016 con interviste a oltre 1400 individui di almeno 15 anni di età, e a oltre 200 individui tra i 10 e i 14 anni, tra i quali la percentuale di ‘pirati’ sale a uno su due (ma con meno atti di pirateria individuali).

Nel totale, dal 2010 sono saliti al 78% gli atti di pirateria digitale (download, streaming o ricezione di copie digitali non originali), mentre sono diminuiti dell’81% l’acquisto di Dvd/blu-ray contraffatti e del 50% la pirateria indiretta (cioè ricezione di Dvd/Blu-ray contraffatti o visione di copie non originali altrui). Scende leggermente la pirateria dei film, dal 37% del 2010, anno della precedente ricerca, al 33% del 2016, mentre aumenta quella di serie (dal 13% del 2010 al 22% del 2016) e dei programmi tv (dall’11% al 2010 al 19% del 2016). Numeri preoccupanti dovuti anche al fatto che solo un pirata su quattro ritiene di compiere “un gesto grave”. Inoltre, anche se l’82% è a conoscenza del fatto che la pirateria sia un reato, il 57% ritiene improbabile di essere scoperto o sanzionato. Il danno complessivo all’economia italiana è stimato in 1.2 miliardi di euro, con una perdita di 427 milioni di Pil e 6540 posti di lavoro in fumo.

Per Paolo Genovese la pirateria è soprattutto ”un problema culturale” (l’80% si dice soddisfatto della qualità delle copie piratate, ndr). Un direttore di Festival francese mi ha detto che da loro la pirateria non incide quanto da noi perché hanno verso il cinema lo stesso atteggiamento che gli italiani hanno per la tavola. Loro non amano le copie contraffatte come noi non accetteremmo di mangiare spaghetti in scatola”.

Secondo il 77% degli intervistati la forma di deterrenza più efficace è l’oscuramento dei siti: un ‘problema’ che ha portato il 35% a cercare sul web un ‘rimpiazzo’ illegale ma anche un 31% a provare almeno una volta alternative legali (che il 92% si dichiara disposto a utilizzare). ”Si creano contenuti sempre più evoluti, ma allo stesso tempo si evolvono anche i pirati causando danni economici globali di decine di miliardi di dollari – spiega Christopher J. Dodd presidente della Mpaa (Motion Picture Association of America) -. Per questo lavoriamo molto su nuovi sistemi online legali, al momento ce ne sono più di 480”. Secondo oltre tre quarti dei ‘pirati’ un altro efficace ostacolo sarebbe un sistema sanzionatorio capillare e credibile, di multe e denunce. Una strada, che commenta Giampaolo Letta di Medusa ”andrebbe seguita con più convinzione, colpendo anche dal basso”. Fra le motivazioni principali per la pirateria ”vengono indicati il risparmio economico e la praticità – spiega Nando Pagnoncelli di Ipsos – anche se i dati dimostrano come la maggioranza dei pirati non lo faccia per motivi economici”.

Inoltre, dice Federico Bagnoli Rossi, segretario generale Fapav, ”molti non si rendono conto del malaffare dietro il fenomeno. I server ‘pirati’ sono spesso transfrontalieri e i profitti vengono versati in conti offshore o in paradisi fiscali. Inoltre sempre più si usano gli stessi servizi di anonimato utilizzati dai terroristi”.

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